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Dove sono i cimeli di Colomba Antonietti?
Nell’ottobre del 1860, negli ultimi giorni della Spedizione dei Mille, Giuseppe Garibaldi, che aveva posto il suo quartiere generale nella Reggia di Caserta, sognò Roma, in cui non metteva più piede dal luglio del 1849, quando aveva dovuto abbandonare la difesa della Repubblica Romana, sgominata dalle truppe francesi del generale Oudinot.
L’Eroe aveva visto i romani occupati «a disseppellire le ossa dei nostri martiri», e a «innalzare un tumulo» che si coprì d'una piramide di bronzo, sui cui lati erano molti nomi, in lettere cubitali, degli eroi caduti per l'Italia sul Gianicolo. Raccontava così: «Fui ben felice nello scorgere i nomi di quei valorosissimi: Masina, Manara, Montaldi, Mameli, Melara ... Che nomi! dicevo tra me, e mi pavoneggiavo d'essere stato fratello d'armi di quello stuolo di prodi!»
La Società dei Reduci dalle Patrie Battaglie, di cui il nostro Istituto conserva l’Archivio, avrebbe voluto accontentare il suo fondatore, ma, mentre il Generale era ancora in vita riuscì solo a realizzare nel 1879 un modesto Sepolcreto dei caduti per Roma sul piazzale di fronte alla chiesa di San Pietro in Montorio, costituendo un Comitato presieduto da Menotti Garibaldi e avviando una raccolta di fondi.
Un’apposita Commissione aveva proceduto il 13 marzo 1879 a un primo sopralluogo per rintracciare le salme dei caduti del 1849. Un certo Giuseppe Farina sapeva che alcune di loro erano in due grandi tombe comuni del Quadriportico del Verano, dalle quali, l’11 ottobre 1879, si provvide all’esumazione di 300 teschi interi, di altri in frammenti e di tutte le ossa, deposti in 4 grandi urne di castagno verniciato, lasciate in custodia al Verano.
La salma di Giacomo Venezian, caduto nell’assalto a Villa Barberini, fu prelevata dal Cimitero Israelitico, che si trovava dove oggi è il Roseto comunale di Roma. Furono anche esumate le reliquie dei caduti del 20 settembre 1870, 12 al Verano e 14 nel complesso di Sant’Agnese. A tale proposito, su una parete della sede del nostro Istituto appena restaurato fa bella mostra la lapide di uno di loro, il sergente Luigi Gianniti, proveniente dalla chiesa di Santa Costanza.
Il 12 ottobre del 1879 un solenne corteo con sei carri partiva dalla Stazione Termini, percorreva via del Tritone, piazza di Spagna, piazza del Popolo, via di Ripetta (per rendere omaggio a Ciceruacchio, che aveva abitato in quella strada), ponte Sisto e quindi il Gianicolo: più di 6 km. Il Sepolcreto, chiuso da una lapide di marmo con iscrizioni in latino e italiano, però cadde presto nell’oblio.
Ezio Garibaldi, figlio di Ricciotti e padre del direttore del nostro Istituto, il 4 agosto del 1938 chiedeva al capo del Governo di erigere sul Colle del Pino al Gianicolo il Mausoleo Ossario destinato ad accogliere le spoglie del Sepolcreto insieme con quelle di altri italiani caduti nella difesa di Roma del 1849, nelle insurrezioni del 1867 e nella liberazione della città del 1870.
Nel dicembre del 1938 la Società “Giuseppe Garibaldi”, nuovo nome della Società dei Reduci e antenata del nostro Istituto, affidava il progetto del Mausoleo a un suo socio, l’architetto Giovanni Jacobucci. Mentre il solenne edificio veniva costruito, alcuni volenterosi appartenenti alla stessa Società, assistiti da funzionari del Governatorato, ricercavano i resti di altri caduti nella difesa della Repubblica Romana del 1849. Poiché si sapeva che alcuni ufficiali garibaldini erano stati sepolti a San Carlo ai Catinari, dove era cappellano il padre barnabita Ugo Bassi, le indagini vennero estese anche a quella chiesa. Qui, in una cripta raggiungibile da una botola davanti alla cappella di Santa Cecilia, furono rinvenute nove salme, quattro delle quali furono identificate grazie al diario di padre Giuseppe Roberti e a un manoscritto del padre Carlo Vercellone: si doveva trattare delle spoglie dei maggiori Montaldi e Panizzi e di quelle dei capitani Tavolacci e Laviron. Si trovarono i resti di una giovane donna, che aveva presso di sé un medaglione della Madonna dei Sette Dolori, subito riconosciuta come Colomba Antonietti. Vicino al suo corpo furono trovati anche brandelli di seta, appartenenti al vestito da donna che doveva essere stato messo sopra a un’uniforme.
I resti furono deposti in una cassetta di legno e nuovamente collocati nella cappella di San Carlo ai Catinari.
Ma chi era Colomba Antonietti?
Colomba era nata il 19 ottobre 1826 a Bastia Umbra, in provincia di Perugia. Suo padre Michele, fornaio, pochi mesi più tardi si era trasferito con tutta la famiglia a Foligno, dove aveva preso in affitto il forno di fronte al palazzo comunale. Con il passare degli anni Colomba diventò una bella e vivace ragazza, infiammata da ideali di libertà ed eguaglianza. Abitava con la sua famiglia sopra al forno paterno. Da una finestra che guarda verso un fianco del palazzo comunale, dove erano gli ambienti occupati dalla guarnigione pontificia, incontrò lo sguardo di un giovane cadetto, il conte Luigi Porzi di Imola, che se ne innamorò perdutamente, ben presto ricambiato.
I genitori di Colomba si impegnarono a stroncare sul nascere l’idillio tra due persone di così diversa estrazione sociale, senza però riuscire nel loro intento. Anzi, provocarono involontariamente un piccolo scandalo che fece divertire tutta Foligno. Michele Antonietti aveva messo alle calcagna della figlia un tale di Assisi. Questi la vide parlare con Luigi e lo riferì al padre. Volò uno schiaffo. Luigi, infuriato, affrontò lo spione con la spada sguainata, correndo appresso al malcapitato che aveva tentato di sfuggirgli salendo sui tetti. Il rocambolesco inseguimento costituì un autentico spasso per i folignati.
La spia, salva per miracolo, si rifugiò ad Assisi e Luigi per la sua bravata si prese 15 giorni di arresto, quindi fu trasferito a Senigallia.
I due innamorati si tenevano comunque in contatto con lettere piene di affetto e alla fine del 1846 Luigi tornò a Foligno deciso a sposare Colomba. Il matrimonio fu celebrato il 13 dicembre di quello stesso anno all’una di notte, nell’Oratorio della Misericordia. Gli sposi partirono subito in carrozza per Bologna, dove abitava la madre di Luigi. Qui rimasero per circa due mesi, quindi mossero alla volta di Roma, per raggiungere il battaglione di Porzi, facendo solo una breve tappa a Foligno.
Nella città eterna, però, li aspettava una brutta sorpresa: Luigi si era sposato senza l’autorizzazione dei superiori, come prescritto per i militari di carriera, e fu punito con tre mesi di detenzione a Castel Sant’Angelo e metà stipendio. Con l’aiuto di uno zio prelato, riuscì almeno a riavere lo stipendio intero.
Il colonnello comandante di Castel Sant’Angelo, il conte Cenci Bolognetti, permise a Colomba di visitare il marito quotidianamente. La giovane arrivava ogni mattina e rimaneva insieme a Luigi fino alla sera, quindi si ritirava a Trastevere, in casa dei suoi parenti.
Nel 1848 scoppiava la prima guerra d’Indipendenza, a cui prese parte anche Luigi. Colomba si tagliò i lunghi ricci e vestì una vecchia uniforme del marito, partecipando con lui a marce e battaglie. Il colonnello Luigi Masi, cugino di Colomba, per allontanarla dal pericolo, mandò Porzi a Roma in qualità di portaordini. I due sposi si trovavano ancora qui quando fu proclamata la Repubblica Romana e quando gli eserciti delle nazioni cattoliche si mossero per restaurare il governo pontificio.
Il 19 maggio del 1849 parteciparono insieme all’epica battaglia di Velletri contro i Borboni che minacciavano da sud i confini della Repubblica. Dal 3 di giugno Colomba e Luigi si adoperarono nella difesa di Roma, assediata dai francesi.
Dieci giorni più tardi il generale Oudinot iniziò un incessante bombardamento delle mura gianicolensi. Al sesto bastione, intorno alle sei del pomeriggio, accadde un fatto che commosse anche Garibaldi. Come l’eroe scrisse nelle sue memorie, una palla di cannone era rimbalzata sul muro ferendo orribilmente un giovane soldato. Si vide allora un ufficiale gettarsi su quel corpo in preda alla più profonda disperazione: quel soldato era Colomba, l’ufficiale era Luigi.
Fu impossibile fermare la violenta emorragia: quattro zappatori la caricarono su una barella per portarla nell’ambulanza allestita nel vicino Monastero della Madonna dei Sette Dolori, sull’attuale via Garibaldi, dove giunse già cadavere.
Il giorno seguente la giovane venne sepolta nella chiesa di San Carlo ai Catinari, officiata dai Barnabiti. Il «Monitore Romano», foglio ufficiale della Repubblica Romana, nel dare la notizia della morte di Colomba ne tesseva le lodi, ricordando come avesse diviso con il marito «le fatiche ed i pericoli, le lunghe marce e il fuoco nemico» e come avesse combattuto da uomo, anzi da eroe, «nella battaglia di Velletri, degna del marito, degna del suo cugino, il colonnello Luigi Masi». Più tardi il generale Garibaldi avrebbe detto che Colomba gli ricordava la sua povera Anita, per quella tranquillità che entrambe le donne mostravano in mezzo al fuoco.
Il 5 giugno del 1940, a cura del Governatorato, la cripta nella chiesa di San Carlo ai Catinari fu riaperta e sullo scheletro della donna, tra il fango, furono rinvenuti altri piccoli oggetti, che presi in esame nel loro insieme avrebbero potuto permettere di riconoscere il corpo anche a distanza di molto tempo.
I reperti vanno letti così: Colomba Porzi (un bottone con le iniziali C.P.), moglie di Luigi (una medaglietta con San Luigi), morta alla Madonna dei Sette Dolori (il medaglione) il 13 giugno (una medaglietta con Sant’Antonio, che si festeggia quel giorno). Tutti questi oggetti, insieme con parte di una collanina e di una corona del Rosario vennero appoggiati su un fondo damascato e inseriti in una cornice ovale, di cui esiste una foto.
Ecco qualcosa che fino a oggi non è stato possibile trovare nel nostro Archivio: notizie sull’attuale collocazione di questo piccolo reliquiario, di cui si sono purtroppo perse le tracce. La fotografia fu inserita in un articolo di Ceccarius, Giuseppe Ceccarelli, oltre che nel grande volume Ai caduti per Roma, a cura della Commissione Esecutiva per il Mausoleo Ossario Gianicolense.
Nella sede dell’Istituto, al civico 12 di piazza della Repubblica, non c’è, mentre sono presenti almeno due quadretti con cornici di legno nero racchiudenti frammenti di ossa, di divise e bottoni, probabilmente quelli definiti da un inventario dell’inizio del Novecento «quadretti contenenti avanzi di caduti del 1848-49 a Roma».
Sono stati sentiti i discendenti dei tanti fratelli e sorelle di Colomba Antonietti, è stato perfino fatto un appello sui canali social della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? (Rai3) https://www.facebook.com/reel/1256203337863542?locale=it_IT.
Niente da fare.
Avanza un dubbio: e se il reliquiario fosse stato sigillato dietro una delle lapidi della cripta del Mausoleo? In tal caso probabilmente nessuno lo vedrà più. Ora che, completato il restauro della nostra sede, l’Archivio è tornato al suo posto, sarà possibile continuare il lavoro di esame dell’immenso ed eterogeneo materiale che si è accumulato in oltre 150 anni.
Magari spunterà un foglietto con un’indicazione che ci porti sulle tracce dei cimeli di Colomba Antonietti!
Testo e voce narrante di Cinzia Dal Maso
La voce maschile nel podcast è quella di Giuseppe Garibaldi, pronipote dell’Eroe e Direttore del nostro Istituto
Camicia Rossa (Traversa – Pantaleoni) è stata eseguita dal Piccolo coro risorgimentale diretto da Nota Tigges