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Passioni: memorie e monito

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IIS "V. FARDELLA - L. XIMENES"
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L’esperienza dell’approccio diretto ai contenuti, a volte forti e cruenti, conservati nei fascicoli processuali è stata rielaborata liberamente in un testo che alterna sequenze narrative e poetiche inspirate a storie di passioni violente nei rapporti tra uomo e donna. La documentazione giudiziaria, con i suoi spaccati di vita e di eventi, purtroppo ancora oggi molto attuali, ha fornito lo spunto per affrontare il tema della passione distruttiva nei rapporti intimi e familiari. Se da una parte, tutte le sequenze hanno in comune la narrazione di storie di violenza sulle donne, dall’altra, in ciascuna di esse il tema si focalizza su un sentimento ancora più forte del cieco possesso. Esso accomuna le protagoniste di queste “pillole” di storie nella volontà di non piegarsi, nel coraggio di rialzarsi e di lottare, sentimenti che si traducono nella passione per la propria dignità, per la propria libertà e per la vita.

 

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“La mia Odissea matrimoniale"

Ero convinta di aver trovato l'amore della mia vita quando ho detto "sì" all'altare. La chiesa era piena di fiori e persone sorridenti, una volta usciti si poteva ammirare una meravigliosa vista sul golfo, un contesto quasi fiabesco. La cerimonia fu un sogno diventato realtà, una promessa di felicità eterna. Ma quella promessa si è trasformata in un incubo che ho vissuto per anni.

All'inizio, tutto sembrava perfetto. Il mio sposo era premuroso, gentile e affettuoso. Abbiamo costruito una vita insieme, piena di speranze e sogni per il futuro. Ma lentamente le cose sono cambiate. I primi segnali di abuso sono stati subdoli, mascherati da gelosia e preoccupazione eccessiva. Pensavo di poterlo cambiare, di poterlo far tornare la persona che amavo.

Il suo comportamento invece è peggiorato nel corso degli anni. Le parole taglienti sono diventate urla, i gesti affettuosi si sono trasformati in schiaffi e spintoni. Ogni volta che provavo a difendermi, le sue mani diventavano sempre più violente. Mi sentivo intrappolata in una prigione di terrore, senza via di fuga.

Ho cercato di nascondere le mie ferite, facevamo lunghe passeggiate mano nella mano facendo finta che andasse tutto per il meglio per far sembrare il nostro matrimonio una favola agli occhi degli altri, ma dentro di me sentivo il dolore e la vergogna crescere ogni giorno di più. Mi sentivo sola e impotente, incapace di chiedere aiuto per paura delle conseguenze.

È stato solo quando ho toccato il fondo che ho trovato la forza di alzarmi. Così decisi di scrivere una lettera all’insaputa di mio marito; la scrissi di notte, consapevole che potesse essere la mia condanna a morte...o la mia salvezza; descrissi tutte le violenze che avevo subito e tutti gli abusi di cui ero stata vittima. Una volta conclusa la diedi a mia madre e le chiesi di consegnarla in pretura.

Nonostante il processo sia stato lungo ed estenuante, è andato tutto per il meglio; mio marito è stato condannato a soli tre mesi di reclusione, ma, per i tempi in cui ci trovavamo, è stato già un gran successo. Ero finalmente libera. Oggi guardo indietro a quella fase buia della mia vita con rabbia e tristezza, ma anche con gratitudine per la forza che ho trovato dentro di me per scrivere quella lettera, e ringrazio i miei genitori per avermi sostenuta. E ora mi impegno a diffondere consapevolezza su questa piaga sociale, affinché nessun'altra donna debba mai vivere quello che ho vissuto io.

Annetta

“Annetta mi chiamo e violenza ho subìto. Per man cruda di uomo ho sofferto
e a testa china ho obbedito.
Su un letticel spoglio mi han gettata

e della mia forza mi han privata.

Ad urlare ho provato,
aiuto ho chiamato,
ma, ahimè, nessuno è venuto...

anche avendo ascoltato
le strazianti grida ch’al ciel ho volto.

Non crediate che questo sia amore,
è amore chi sente e provvede,
una creatura di buonafede
che sente nel silenzio assordante delle mie grida, tutta la voglia di ricominciare la mia vita.

Uno solo mi ha salvato,
anima e corpo mi ha curato.
Di pura gioia mi ha riempito, ponendo la sua gemma al mio dito”.

Il prezzo del ritorno: la tragica storia di Ninetta

Spinto dal desiderio di ricongiungersi con la sua terra e i suoi cari, Antonino decise di ritornare dall’Argentina – ove era emigrato in cerca di fortuna - con il primo piroscafo in partenza per la Sicilia. Durante la lunga traversata si ritagliò del tempo per leggere le lettere inviategli da Ninetta, la sua fidanzata, e dal padre. Dalle lettere del padre aveva appreso di un nuovo fidanzamento della sua amata, caldeggiato dalla famiglia di lei, e ne era rimasto sorpreso. Ribollì di rabbia quando lesse anche dei pettegolezzi che circolavano in città su suoi presunti tradimenti che giustificavano quel ripensamento: il loro amore giovanile era stato appoggiato sin dall’inizio, ma da qualche tempo i genitori di lei premevano affinché la figlia andasse in sposa a un altro uomo, probabilmente a uno più premuroso e, a loro dire, meno possessivo. Nino non riusciva a immaginare un futuro senza di lei, e peggio, non riusciva a pensare Ninetta insieme a un altro uomo. Così, una volta tornato a casa, la conversazione tra i due sfociò ben presto in una lite accesa. Non tollerava il modo in cui lei stesse cercando a tutti i costi di giustificarsi, provando a spiegargli che affidarsi a un altro uomo era l'unica possibilità per assicurarsi una tranquilla vita familiare in attesa, da troppo tempo, del suo ritorno. Solo dopo tre giorni, il loro duro confronto si placò e riuscirono a rappacificarsi. Entrambi speravano che la questione si fosse chiusa, ma, di lì a poco, la ragazza realizzò che Antonino, per nulla rassegnato, non riusciva più a reggere gli sguardi giudicanti e sospettosi della famiglia di lei e le battute di cattivo gusto dei compaesani. Ciò provocava in lui un grande senso di vergogna. Una sera, il suono spaventoso di cinque colpi di rivoltella squarciò la quiete del piccolo borgo: la vergogna e la rabbia ormai avevano prevalso sull’animo di lui. La paura della donna si mescolò ad un grido soffocato mentre cadeva a terra in una pozza di sangue. In quel momento, la sua vita si spense insieme al sogno del suo assassino di ricominciare un’esistenza lontano da una terra straniera.

Senza pietà

Fiori d’ogni tipo mi circondavano sparsi, La brezza estiva sfiorava i capelli miei. Poggiata al salice, vidi poi
La grossa e nervosa figura tua avvicinarsi.

Un debole e tenero sorriso ti donai, Finché accanto a me sedesti Prendendo la mia mano rudemente Come, da anni, facevi ormai.

Fastidio, orgoglio e rabbia ti plasmarono, Stringendo, fino a far male, la mia mano Per poi guardarmi dritto negli occhi Mostrandomi che del buono non c’era.

Di scappare cercai, spezzando il contatto
Ma intrappolata rimasi
Nelle tue braccia forti;
Violento mi stringesti, non lasciandomi affatto

Guardandoti tremante, piansi forte Gridai, singhiozzando, la pietà tua
Ma tu, rabbioso, mi urtasti lesto
Finché non la vidi salutarmi: Lei, la Morte.

Tra i fiori giaccio, il calore estivo circonda
Me fredda con te spaurito errante.
In alto salgo, prendendo per mano
Lei la Morte, mentre lento e turbato sprofondi.

Il peso sulla coscienza

È da quando sono nato che la mia famiglia e quella di Maria si frequentano, e questa ragazza ha sempre suscitato in me un sentimento che nessuno sarebbe mai stato in grado di provocare. Nonostante ciò, Maria non ha mai provato nulla nei miei confronti fuorché una semplice amicizia, ma i suoi genitori l’hanno obbligata comunque a sposarmi perché io avevo ricevuto un’ottima eredità.

Maria, sebbene fosse stata costretta a sposarmi, si è sempre mostrata dolce e premurosa nei miei confronti. Dalla nostra unione nacquero due meravigliosi fanciulli, che abbiamo cresciuto con tutto il nostro amore.
Il giorno del compleanno di mio fratello lo ricordo come fosse ieri; andai da solo a trovarlo perché mia moglie era triste a causa della morte di suo padre; ma, stanco dopo una giornata passata sul posto di lavoro, ritornai in anticipo a casa.

Avvicinandomi all’abitazione, notai la luce della camera da letto ancora accesa e due ombre che giacevano sul letto. Di soppiatto sbirciai alla finestra e la rabbia non mi fece più ragionare. Andai senza esitare nel magazzino adiacente

alla casa poiché ricordavo di avere nascosto lì una delle mie pistole automatiche; la presi e accecato dall’ira mi avvicinai alla porta d’ingresso. Appena entrato mi trovai di fronte i due amanti che, essendo stati scoperti, tentavano di fuggire da me. Puntai la rivoltella contro entrambi, ma l’uomo per difendere Maria mi si scagliò contro con l’intento di far cadere l’arma dalle mie mani; io reagii e dopo averlo atterrato mi rivolsi contro mia moglie. Anche dopo aver sparato il primo proiettile, sentii il bisogno di continuare a sparare per crivellarla di colpi fino alla fine.

Solo dopo aver compiuto questo omicidio mi resi davvero conto di ciò che avevo fatto. Mia moglie era morta a causa mia. Mi recai in caserma dove confessai di essere un assassino e fui condannato a sette mesi di reclusione. Ripensando a quel momento mi rendo conto di aver agito in preda alla rabbia e di avere commesso un gravissimo errore: il rimorso mi tormenterà fino alla fine dei miei giorni.

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