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UNA SOLUZIONE AD OGNI PROBLEMA - Antologia "Raccontare l'Archivio"
Raccontare l'Archivio. Breve antologia di racconti ispirati ai documenti dell'Archivio Storico OTO Melara
4 racconti ispirati adi documenti conservati presso l'Archivio Storico OTO Melara dal titolo:
1°Il ritmo della macchina - 2° Una soluzione ad ogni problema - 3° Una promessa - 4° Il primo viaggio.
I racconti sono corredati da foto e con la traduzione in lingua inglese.
CREDITI
Fonti consultate
Archivio Storico OTO Melara
Personale, Libri Matricola, 1930-1950
Personale, Fascicoli personale impiegati Stabilimenti Meccanici, 1910-1951
Personale, Fascicoli personale operai Stabilimenti Meccanici, 1910-1951
Fondo Fotografico, Album, Scuole, Mensa, Case, Infermeria 1, 1950-1965
Fondo Fotografico, Album, Scuole, Mensa, Case, Infermeria SN, 1950-1965
Fondo Fotografico, Ciavolino, Scuola Allievi Operai, 1950-1965
Cineteca Archivio Storico OTO Melara
Storia di un uomo e di un M113, Regia di Piero Nelli, REIAC film (per Studio P), 1965.
Di padre in figlio. Storia di un uomo e di un M113, Associazione Museo della Melara, 2021
A.S.O. Allievi Scuola Operai OTO Melara Una scuola di vita, Associazione Museo della Melara, 2022
LIA – Leonardo Innovation Archives, https://lia.fondazioneleonardo.com/
Raccontare l'Archivio. Breve antologia di racconti ispirati ai documenti dell'Archivio Storico OTO Melara
UNA SOLUZIONE AD OGNI PROBLEMA
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Una storia di oggi
Oggi il mio nipotino Valerio mi ha raccontato un’esperienza che mi ha fatto riflettere. Quando è tornato a casa da scuola l’ho visto in lacrime e gli ho chiesto che cosa lo turbasse: “La maestra mi ha urlato contro e mi ha messo una nota perché chiacchieravo… la mamma sarà furiosa”, mi ha detto singhiozzando. “Valerio caro, non preoccuparti, sei un bambino in gamba. Voglio raccontarti una storia che forse può insegnarti qualcosa, si tratta della storia di Aldo e della più brutta giornata della sua vita.”
Una storia di tanto tempo fa
“Avevo diciassette anni e lavoravo già alla OTO Melara, che non era soltanto una fabbrica, ma aveva una scuola vera e propria dove studiavamo disegno tecnico, geometria, tecnologia e poi si andava in officina per fare pratica. Tutto era regolato, anche il corpo contava: “mens sana in corpore sano”, ci ripetevano, e prima del turno facevamo esercizi ginnici perché il lavoro richiede forza oltre che concentrazione. Io ero tornitore: con il tornio modellavo blocchi di metallo grezzo. Insieme a tutti i miei colleghi lavoravamo in un clima di estrema concentrazione, un singolo errore e tutto era rovinato.
Accanto a me lavorava Aldo Bertillo. Quel giorno era tornato dopo quasi una settimana. Ufficialmente malattia, ma si vedeva che c’era qualcos’altro. Aveva lo sguardo spento e non sembrava affatto motivato a lavorare. A casa sua le cose erano difficili: madre anziana, vedova e un lutto recente che lo aveva segnato, ma in officina non si poteva abbassare la guardia. Non fui solo io a notarlo, anche Ernesto Bentoni e Ludovico Galsami cercavano di stargli vicino. Ernesto era preciso e abile sul lavoro, nonostante le occasionali punizioni, mentre Lodovico, più irrequieto, aveva già avuto diversi infortuni sul lavoro. Senza bisogno di accordarci troppo, iniziammo a darci una mano tra noi, scambiandoci consigli, nel tentativo di alleggerire l’atmosfera per l’amico”.
Talvolta, però, l’impegno non bastava. Cercando di aiutare Aldo, Lodovico si distrasse e si procurò un piccolo infortunio alla mano. E poco dopo anche Ernesto, all'avambraccio. Nulla di grave, ma abbastanza per ricordarci quanto quel lavoro richiedesse attenzione assoluta. Pochi momenti dopo arrivò il nostro Responsabile di reparto che si avvicinò e osservò il lavoro svolto. Improvvisamente si fermò e guardò ciascuno di noi negli occhi. Era un uomo severo, ma in quel momento dimostrò un lato di lui che mai avevamo visto prima. Capì subito la situazione, ci fece fermare. Parlò con calma e non alzò la voce. Disse che il lavoro non era solo produzione, ma anche formazione: da ogni errore si poteva imparare qualcosa ed era l’unico modo per crescere. Poi riorganizzò i compiti, assegnando a ciascuno il proprio ruolo. Ad Aldo diede indicazioni semplici, passo dopo passo, restando accanto a lui più di quanto avesse fatto con noi. A poco a poco, tutto ricominciò senza difficoltà: il frastuono dei torni tornò. Aldo fece un respiro e iniziò a lavorare. A un certo punto lo vidi concentrato, quasi sereno. Quella giornata finì senza altre interruzioni, con le piccole ferite di Ernesto e Lodovico che si rimarginarono poco dopo. Io non dimenticai mai quella lezione: alla OTO si imparava la disciplina”.
“Nei giorni seguenti le lezioni proseguirono senza impedimenti. Arrivato giovedì entrammo in classe e il Responsabile di reparto ci aspettava turbato. Sedemmo ai nostri soliti banchi e, appoggiato il materiale necessario, entrò il Direttore di Reparto dei tornitori e la classe si alzò di fretta e furia. Il Direttore richiese la presenza di Aldo nel suo ufficio, mentre io e Lodovico ci scambiammo uno sguardo intimorito. Aldo, uscendo dalla classe, si mostrò sconcertato. Solamente qualche ora dopo venimmo a conoscenza di quanto era accaduto: nell’ufficio il Direttore aveva formalizzato il licenziamento di Aldo. Il nostro amico piangeva disperato e noi, ancora increduli, non sapevamo come consolarlo: a causa delle numerose assenze e dell’insufficiente produzione il Direttore ritenne che il licenziamento fosse l'opzione migliore. Dopo singhiozzi e lamenti calò il silenzio tra di noi”.
“La settimana successiva la mancanza di Aldo si fece sentire. Il banco alla destra di Ernesto non era mai stato tanto silenzioso. Aldo, nonostante la timidezza, era amico di tutti e la classe era dispiaciuta del suo licenziamento. Io e i miei compagni sapevamo che alla OTO bisognava lavorare sodo e lo sapeva anche Aldo. Era un ragazzo studioso, un grande lavoratore e di certo non avrebbe perso la dedizione per il suo mestiere se non fosse stato per qualcosa di più grande di lui. Si sapeva che all’interno della OTO le notizie viaggiavano velocemente e presto si scoprì che Aldo aveva inviato alcune lettere all’Ufficio del Personale per tentare di essere riammesso. In quelle lettere Aldo spiegava la sua situazione familiare, cercando di calmare l’animo del Direttore. Furono solamente le parole del Responsabile di reparto che riuscirono a convincere il Direttore ad assumere nuovamente in fabbrica il nostro amico Aldo. Il Responsabile espresse la sua grande stima nei confronti dell’allievo, che si era sempre mostrato diligente in ogni occasione e verso ogni difficoltà. I problemi della famiglia purtroppo lo turbavano frequentemente e il recente lutto lo aveva completamente disorientato. Il martedì seguente Aldo venne riammesso alle lezioni. Il nostro gruppo era nuovamente completo: Franco, Ernesto, Lodovico e Aldo erano finalmente tornati assieme”.
La storia di tanto tempo fa dice qualcosa alla storia di oggi
“Vedi, Valerio: è possibile trovare una soluzione ad ogni problema!”, esclama il nonno.
“Questa storia è vera o me la racconti solo per consolarmi un po’?” domanda il nipote.
“Oh caro nipotino, questa è la mia storia, la vita passata tra questi banchi con i miei amici Ernesto, Aldo e Lodovico; purtroppo lentamente ci siamo allontanati, ma i ricordi di queste giornate sono rimasti per sempre nei nostri cuori”.
A SOLUTION TO EVERY PROBLEM
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A story from today
Today my little grandson Valerio told me about an occurrence that made me think. When he came home from school, I saw him in tears and asked what was upsetting him: “The teacher yelled at me and gave me a warning letter because I was talking too much… Mom will be furious" he said, sobbing. “Dear Valerio, don’t worry, you’re a smart boy. I want to tell you a story that might teach you something. It’s the story of Aldo and the worst day of his life.”
A Story from a Long Time Ago
“I was seventeen years old and already working at OTO Melara. It wasn’t just a factory—it also had a real school where we studied technical drawing, geometry, and technology, and then went into the workshop to practice. Everything was regulated, even the body mattered: 'mens sana in corpore sano, ' they repeated to us, and before our shifts we did physical exercises because the job required strength as well as focus.
I was a lathe operator: with the lathe I shaped raw blocks of metal. Together with all my colleagues, we worked in an atmosphere of intense focus: one single mistake and everything could have been ruined.
Next to me worked Aldo Bertillo. That day he had come back after almost a week. Officially he had been sick, but it was clear there was something more. His gaze was dull and he didn’t seem motivated to work at all. Things were difficult at home: an elderly widowed mother and a recent loss that had deeply affected him. But in the workshop, you couldn’t let your guard down.
I wasn’t the only one who noticed. Ernesto Bentoni and Ludovico Galsami also tried to stay close to him. Ernesto was precise and skilled at work, despite occasional punishments, while Ludovico, more restless, had already had several workplace accidents. Without needing to agree much, we began helping each other, exchanging advice, trying to lighten the mood for our friend.
Sometimes, however, effort wasn’t enough. While trying to help Aldo, Ludovico got distracted and injured his hand slightly. Shortly after, Ernesto hurt his forearm. Nothing serious, but enough to remind us how much that job required absolute attention.
A few moments later, our department supervisor arrived. He came closer and observed the work we had done. Suddenly, he stopped and looked each of us in the eyes. He was a strict man, but in that moment he showed a side of himself we had never seen before. He immediately understood the situation and told us to stop.
He spoke calmly and did not raise his voice. He said that work was not only production, but also learning: from every mistake you could learn something, and that was the only way to grow. Then he reorganized the tasks, assigning each of us our role.
To Aldo he gave simple instructions, step by step, staying beside him longer than he had with us. Little by little, everything started again smoothly: the roar of the lathes returned. Aldo took a breath and began working. At a certain point I saw him focused, almost calm.
That day ended without further interruptions. Ernesto and Ludovico’s small wounds healed soon after. I never forgot that lesson: at OTO, you learned discipline.
In the following days, lessons continued without problems. When Thursday came, we entered the classroom and found the supervisor waiting, visibly troubled. We sat at our usual desks, laid out our materials, and then the head of the lathe department entered. The class stood up hurriedly.
The director asked for Aldo to come to his office, while Ludovico and I exchanged a frightened glance. As Aldo left the classroom, he looked shocked.
Only a few hours later did we find out what had happened: in the office, the director had formalized Aldo’s dismissal. Our friend was crying desperately, and we, still in disbelief, didn’t know how to comfort him. Because of his many absences and insufficient productivity, the director had decided that dismissal was the best option. After sobs and complaints, silence fell among us.
The following week, Aldo’s absence was deeply felt. The desk to Ernesto’s right had never been so quiet. Despite his shyness, Aldo was everyone’s friend, and the class was saddened by his dismissal.
My classmates and I knew that at OTO you had to work hard, and Aldo knew it too. He was a studious boy, a great worker, and he certainly wouldn’t have lost his dedication to his trade if it hadn’t been for something bigger than himself.
It was well known that news spread quickly within OTO, and soon we found out that Aldo had sent several letters to the Personnel Office, trying to be readmitted. In those letters, he explained his family situation, hoping to soften the director’s stance.
In the end, it was only the words of the department supervisor that managed to convince the director to rehire our friend. The supervisor expressed great respect for Aldo, who had always shown diligence in every situation and in facing every difficulty. Unfortunately, his family problems often troubled him, and the recent loss had completely disoriented him.
The following Tuesday, Aldo was readmitted to the lessons. Our group was complete again: Franco, Ernesto, Ludovico, and Aldo were finally back together.”
The story from long ago speaks to the story of today
“You see, Valerio: it’s possible to find a solution to every problem!” exclaims the grandfather.
“Is this story true, or are you just saying it to comfort me a little?” asks the grandson.
“Oh, my dear grandson, this is my story: the life I spent at those desks with my friends Ernesto, Aldo, and Ludovico. Unfortunately, over time we slowly drifted apart, but the memories of those days have remained forever in our hearts.”