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Alla ricerca di quello che non c'è: l’Archivio Fotografico del Gruppo CDP

ARCHIVI COLLEGATI
Archivio Storico del Gruppo CDP
Archivio Storico del Gruppo CDP
Roma - Piazza Giuseppe Verdi, 9
Archivio Storico del Gruppo CDP
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CREDITI

Didascalie foto

1. 19906

Archivio fotografico Fintecna

Cantieristica navale

 

2. 19040

Archivio fotografico Fintecna

Centrale interurbana – Bari

 

3. 19302

Archivio fotografico Fintecna

Siderurgia – Stabilimento – Lovere torneria

 

4. 19849

Archivio fotografico Fintecna

Alloggio per i terremotati

 

5. 19904

Archivio fotografico Fintecna

Acquedotto di Taranto

 

6. 20274

Archivio fotografico Fintecna

Centrale interurbana

 

7. 20620

Archivio fotografico Fintecna

Formazione professionale

Alla ricerca di quello che non c'è: l’Archivio Fotografico del Gruppo CDP

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Ogni archivio è, per sua natura, un organismo incompleto. Raccoglie, ordina, conserva, ma soprattutto seleziona — spesso senza sapere di farlo. Non restituisce mai un tutto, ma una porzione di mondo. E in questa mancanza originaria si rivela la sua verità più profonda: tenere insieme ciò che è stato e ciò che ancora può essere compreso.

Lavorare sugli archivi significa accettare questa forma di visibile imperfetto. Significa entrare in relazione con l’invisibile: ciò che non è più presente, ciò che si è consumato, ciò che è diventato frammento o silenzio. È un esercizio di attenzione verso ciò che manca, ma anche verso ciò che resiste — in tracce leggere, in segni parziali, in immagini che non si lasciano chiudere. E qui, forse, serve davvero immaginazione.

( … )

L’archivio fotografico del Gruppo CDP nasce a partire dal 2020, quando Fintecna – società del Gruppo, ha affidato a Cassa Depositi e Prestiti l’approfondimento e la valorizzazione del suo vastissimo archivio di immagini storiche, avviando un processo di consultazione e studio. Ciò che all’inizio era in parte sconosciuto ha progressivamente rivelato la sua consistenza e la sua forza documentaria. La prima ricognizione ha restituito un patrimonio di straordinario rilievo, portando alla luce la sua appartenenza alla memoria fotografica dell’IRI – Istituto per la Ricostruzione Industriale. Da questa consapevolezza è nato un percorso di studio dedicato non soltanto ai materiali, ma alla loro origine, al loro sguardo e alla loro funzione nella costruzione dell’immaginario industriale del Paese.

Fondato nel 1933, nel pieno della crisi economica successiva al 1929, l’IRI nasceva per sostenere e ricomporre il sistema bancario e industriale italiano, assumendo progressivamente un ruolo centrale nei processi di sviluppo nazionale. Nel tempo si struttura in una rete di società settoriali — STET (telecomunicazioni, 1934), Finmare (navigazione, 1934), Finsider (siderurgia, 1937), Finmeccanica (meccanica, 1948), Finelettrica (energia elettrica, 1952) — delineando un modello di capitalismo misto in cui lo Stato agisce direttamente come soggetto imprenditoriale. Nel secondo Dopoguerra diventa uno dei protagonisti della ricostruzione e del cosiddetto “miracolo economico”, contribuendo in modo decisivo alla modernizzazione infrastrutturale e produttiva del Paese. Negli anni Ottanta raggiunge la sua massima espansione, con circa mille società controllate e oltre mezzo milione di dipendenti.

In questo contesto industriale e produttivo prende forma anche la commissione sistematica di reportage fotografici da parte dell’IRI: non semplice documentazione, ma costruzione di un’immagine pubblica dell’industria italiana. Le fotografie delle attività industriali e delle persone ritratte nel loro ambiente di lavoro trovano spazio nelle relazioni annuali, nelle pubblicazioni, nelle mostre e nei materiali per la stampa; ma allo stesso tempo servono a misurare, verificare, controllare. Seguono avanzamenti, registrano stati di fatto. Sono strumenti insieme narrativi e operativi, sospesi tra racconto e documentazione.

L’archivio fotografico del Gruppo CDP racconta proprio questo sviluppo, o meglio: un suo frammento. Quello compreso tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Un patrimonio visivo che costruisce, quasi silenziosamente, la forma dell’industria nazionale. Nella documentazione introduttiva del fondo si fa riferimento a tre serie — Doc, Moderno e Storico — per un totale di 23.221 fotografie originali, su supporti di stampa e pellicola di diverso formato. All’interno sono emersi quattro nuclei dedicati ad autori di grande rilievo: Gianni Berengo Gardin, Mimmo Frassineti, Mimmo Jodice ed Enzo Ragazzini. Una scoperta che ha aperto un ulteriore livello di lettura, perché attraverso di loro è stato possibile avviare un primo percorso di studio e confronto diretto con i protagonisti dello sguardo fotografico sull’impresa. Con Mimmo Frassineti, ad esempio, questa relazione ha portato alla mostra Sguardi d’Impresa: Mimmo Frassineti fotografa la Ferrari, mentre con Enzo Ragazzini sono state realizzate video-interviste pensate per una fruizione digitale e multimediale del patrimonio.

( … )

Ma ogni archivio custodisce un secondo livello, più instabile e necessario, che non coincide mai del tutto con ciò che è conservato: ciò che esiste senza essere ancora riconosciuto. È una zona di soglia, una materia sospesa tra presenza e assenza, dove il documento non è ancora diventato pienamente conoscenza.

Nel caso dell’Archivio fotografico del Gruppo CDP, questa dimensione è particolarmente evidente. Migliaia di immagini restano prive di attribuzione, volti senza nome, luoghi non identificati, sequenze che non hanno ancora trovato un ordine interpretativo. Non si tratta soltanto di lacune tecniche o catalografiche, ma di un vero e proprio campo di indeterminazione dello sguardo: ciò che è stato visto allora, ma non è più leggibile oggi.

È qui che l’archivio mostra la sua natura più esigente. Conserva ciò che è stato ma interroga ciò che ancora manca alla sua comprensione. Ogni immagine, anche la più apparentemente neutra, apre quindi una domanda che si trasforma in una possibilità di ricerca. L’archivio, in questo senso, non è più un deposito concluso ma un sistema aperto, che richiede di essere continuamente riattraversato. Fosse solo come volontà di restituire un nome agli autori e ai protagonisti delle tante fotografie che osserviamo ogni giorno.

E così il lavoro archivistico coincide con una forma di attenzione continua verso ciò che sfugge. Le immagini che non sono mai completamente disponibili a una lettura definitiva diventano resistenti, si sottraggono all’idea di memoria persa, e proprio in questa resistenza si manifesta il loro valore. 

In questo lavoro incessante, che non si esaurisce e non si chiude, l’archivio rivela la sua natura più profonda: non fissare la memoria in una forma definitiva, ma mantenerla in uno stato di sospensione attiva, dove il senso è sempre in costruzione. Perché, a volte, ciò che cerchiamo non coincide con quello che c’è. Coincide, ostinatamente, con quello che non c’è.