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Via col vento varesino

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Autore: Federico Calcagni, Francesco Maj, Riccardo Monachello, Alessandro Perrone e Matteo Valenzisi.
Scuola/Classe: III H - ISIS Valceresio di Bisuschio (Varese)

Un ricordo di famiglia diventa un espediente per riaprire una pagina inedita della storia dell’Aermacchi, quella sulla produzione motociclistica avviata nel secondo dopoguerra.
Un pilota romagnolo, Renzo Pasolini, una moto “il Siluro”, sono i protagonisti di quest’avventura che ha da sfondo il lago di Varese.

CREDITI

Photo credit: CDS Aermacchi - Venegono

Via col vento varesino

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C'è una fotografia che mio nonno tiene nel cassetto del comodino da quarant'anni. Ci sono un uomo e una macchina, ma a guardarla bene la macchina non sembra una macchina normale. Sembra un siluro. Sembra qualcosa che dovrebbe stare sott'acqua o nello spazio, non su un rettilineo di asfalto. Mio nonno dice sempre: "Quella cosa lì ha cambiato tutto". Ogni volta che glielo chiedo, ricomincia a raccontare da capo, e io ormai conosco la storia a memoria.

Inizia a Varese, come quasi tutte le storie buone di questa parte d'Italia.

La fabbrica si chiamava Aermacchi, Aeronautica Macchi, e aveva costruito aerei durante la guerra. Poi la guerra era finita, e costruire aerei non conveniva più come prima. Così qualcuno aveva avuto l'idea di fare motociclette. Non è una cosa ovvia, passare dagli aerei alle moto, ma se ci pensi ha un suo senso: devi far muovere qualcosa nell'aria, devi farla andare il più veloce possibile, devi capire come il vento si comporta intorno a una forma. Il sapere c'era già, bastava spostarlo.

Il progetto del Siluro era nato da questa logica. Non era una macchina normale, ma un esperimento puro di aerodinamica.

Mia zia Laura, appassionata di avventura, fa la giornalista di viaggio e ha vissuto in quattro continenti. Ha scritto reportage da posti dove non arriva quasi nessuno: foreste del Borneo, isole sperdute della Micronesia, deserti dove non piove da anni. I suoi colleghi la chiamano un'esploratrice, e lei ride e dice che esplorare vuol dire solo prestare attenzione alle cose che gli altri si perdono per strada.

Quando è tornata in Italia l'anno scorso, per il funerale di un amico, si è fermata a Varese qualche giorno. Le ho chiesto che cosa ne pensasse. Ha detto: "Ci sono posti che sembrano normalissimi dall'esterno e invece hanno dentro qualcosa di enorme. Varese è così. Dall'esterno è solo una città del nord, grigia d'inverno, con il lago vicino. Poi scopri quello che è uscito da qui, le cose che hanno fatto, e capisci che non è un posto qualunque."

Lei non sapeva quasi niente di motociclette. Ma le bastava capire il principio.

Il Siluro era un mezzo costruito apposta per i record di velocità su strada. Siamo nel 1956. Il nome dice già tutto: era lungo, affusolato, coperto da una carenatura che avvolgeva completamente il pilota. Niente manubrio visibile, niente ruote scoperte. Una forma che il vento non riusciva quasi a prendere.

L'ingegnere che ci aveva lavorato di più si chiamava Alfredo Bianchi. Mio nonno lo ricorda come uno che non alzava mai la voce, ma quando parlava tutti stavano zitti. Aveva studiato come il profilo aerodinamico degli aerei da corsa degli anni Trenta potesse essere applicato a un mezzo su due ruote. Il problema grosso era la stabilità. Un aereo può correggere la traiettoria su tre assi. Una moto ha solo due ruote a terra, e basta. Metti una carenatura totale su una moto, e la prima bava di vento laterale te la porta via di pista.

Ci avevano messo anni a trovare una soluzione. Prove su prove, modelli in scala, sessioni in galleria del vento. Alla fine avevano trovato un equilibrio: una forma abbastanza chiusa da ridurre la resistenza all'aria, abbastanza aperta nei punti giusti da non comportarsi come una vela sotto il vento di traverso.

Il pilota era Massimo Pasolini. "Si era infilato in quel guscio metallico come ci si infila in una bara," aveva detto mio nonno la prima volta che me l'aveva raccontato, e io avevo fatto una faccia strana. "Non è macabro," aveva spiegato, "è solo onesto. Sapevano tutti che era pericoloso. Lo facevano lo stesso. È sempre stato così, con queste cose."

Il record fu stabilito il 4 aprile 1956 sull’autostrada Varese-Milano, nel tratto tra Castellanza e Legnano. Duecentoottantatre chilometri e rotti all'ora. Per una moto di trecentocinquanta centimetri cubici, era una cosa difficile da credere anche per chi c'era.

Ma la storia dell'Aermacchi non finisce con il Siluro.

Ricomincia, circa quattro anni dopo, con una stretta di mano che attraversa l'Atlantico.

Nel 1960 la Harley-Davidson comprò il cinquantuno per cento della fabbrica di Varese. Gli americani erano potenti, famosi, ricchi. Costruivano moto enormi per il mercato americano: motori V-twin da litri e litri di cilindrata, roba pesante, cromata, rumorosa, lenta in curva ma impossibile da dimenticare. Però il mercato stava cambiando sotto i loro piedi. Arrivavano le moto giapponesi, leggere ed economiche. La Honda aveva già cominciato a mordere, e la Harley non aveva niente di piccolo da mettere sul mercato per rispondere.

Varese aveva esattamente quello che serviva: motori piccoli, efficienti, con una storia sportiva seria.

L'accordo sembrava strano a vedersi. Da una parte una marca che aveva costruito la sua identità sull'America più mitologica: i cowboys dell'asfalto, Easy Rider, la Route 66. Dall'altra una fabbrica in una città di provincia italiana che costruiva moto aerodinamiche e correva sui circuiti europei. Eppure aveva funzionato, almeno per un po'. Le moto uscivano da Varese con il marchio Harley-Davidson sopra, o con la scritta Aermacchi Harley-Davidson, e venivano vendute in America come la risposta americana alle giapponesi.

Laura, quando gliel'ho spiegato per messaggio, mi ha risposto: "È uguale a quello che succede con il cibo e con la moda. I grandi marchi americani comprano piccoli produttori italiani e poi vendono la roba italiana come se fosse made in USA. Sembra strano ma succede ovunque."

Non so se è esattamente la stessa cosa. Ma il punto mi sembra valido lo stesso.

E poi c'è Renzo.

Renzo Pasolini. Non il regista, quello è Pier Paolo, un altro romagnolo famoso. Renzo era un pilota motociclistico, nato a Rimini nel 1938. Aveva cominciato a correre relativamente tardi, quasi a trent'anni, che nelle corse è tardissimo di solito. Ma aveva qualcosa di difficile da mettere in parole.

Mio nonno l'aveva visto correre dal vivo due volte. Una a Rimini, una a Monza. Dice che quando Renzo passava nel rettilineo non sentivi solo il motore: sentivi qualcos'altro, come se la moto e il pilota non fossero due cose separate ma una cosa sola che si muoveva. "Era preciso," dice il nonno. "Non nel senso che faceva tutto giusto. Nel senso che non sprecava niente. Ogni gesto aveva uno scopo. Non si vedevano movimenti inutili."

Pasolini correva per l'Aermacchi, poi per l'Harley-Davidson Aermacchi, nei campionati europei e mondiali. Aveva vinto gare importanti in duecentocinquanta e trecentocinquanta. Nel 1972 vinse il Gran Premio delle Nazioni a Monza, nella classe duecentocinquanta. Nel 1973 era candidato serio al titolo mondiale. Tutti lo davano tra i favoriti.

Il 20 maggio 1973, si correva il Gran Premio delle Nazioni a Monza. Al secondo giro, una caduta a catena coinvolse più piloti in una delle curve veloci. Morirono lui e il pilota finlandese Jarno Saarinen. Avevano trentaquattro e ventisette anni, rispettivamente.

Non scrivo i dettagli perché non è quello il punto. Il punto è che mio nonno, quando arriva a questa parte della storia, smette di parlare per un momento. Non piange, non l'ho mai visto piangere, ma smette proprio, come se avesse bisogno di un secondo. E poi ricomincia con qualcos'altro, come se avesse bisogno di cambiare argomento.

Ci ho messo anni a capire che non era tristezza semplice. Era quella cosa che senti quando qualcuno che stavi guardando sparisce prima che tu riesca a dirti: stavo guardando qualcosa di irripetibile. 

Non riuscì a vederlo, ed era arrivato. 

Renzo Pasolini era arrivato al vertice, e la maggior parte della gente non se n'era accorta abbastanza in fretta.

Laura mi ha scritto un'altra cosa, qualche giorno dopo, che secondo me riassume tutto.

Le avevo chiesto se secondo lei valeva la pena scrivere di queste storie, di queste cose lontane nel tempo che la maggior parte delle persone non conosce.

Ha risposto: "Le storie non si dividono in importanti e non importanti. Si dividono in raccontate e non raccontate. Varese, il Siluro, Pasolini, sono storie non raccontate abbastanza. Ecco perché sembrano di nicchia. Non perché siano piccole."

Poi ha aggiunto una cosa che mi è rimasta in testa: lei, nei suoi viaggi, aveva capito che i posti che sembrano periferici di solito lo sono solo dal punto di vista di chi li guarda da lontano. Visti da vicino, sono quasi sempre il centro di qualcosa.

La fotografia nel cassetto del comodino di mio nonno è in bianco e nero. Ci sono delle persone intorno al Siluro, e il Siluro è nel mezzo come un animale strano, qualcosa fuori posto ma perfetto allo stesso tempo. Uno degli uomini guarda verso il lago. Non guarda la macchina, non guarda il fotografo. Guarda l'acqua.

Forse stava pensando ai numeri, ai record, a cosa sarebbe successo dopo. Forse stava solo guardando il lago perché era una bella mattina di settembre e il lago di Varese al mattino presto è una cosa difficile da ignorare.

Non lo saprò mai.

Ma la fotografia è lì, il Siluro è lì, il lago è lì sotto, e da qualche parte in quella storia c'è un pilota romagnolo che non sa ancora cosa lo aspetta, e c'è una fabbrica che costruisce motori da sogno di velocità, e c'è un accordo firmato tra Varese e Milwaukee che nessuno si aspettava davvero.

E mio nonno ha ancora quella fotografia riposta nel cassetto, come un segreto da custodire, o da raccontare d’inverno, quando il vento ulula sul lago e un tronco scoppietta piano nel camino.